Andare a correre al parco, rigorosamente un giorno sì e un giorno no, almeno per 20 + n minuti, è un’abitudine sana che noi freelance possiamo permetterci senza problemi. Questo annulla ogni possibile alibi occupazionale ma tant’è. Correre sempre nello stesso parco, più o meno sempre alle stesse ore è anche antropologicamente molto interessante: si scoprono tante cose guardando i runners. Esempio, si riesce con buona approssimazione a capire chi è single e chi no da un anello, ma non quello nuziale bensì quello del portachiavi: se c’è qualcuno ad aspettarti davanti al focolare di certo non ti devi accollare un inutile ferraglia tintinnante.
Gli occhiali, per noi secchioni, sono l’equivalente del gomito del tennista per il tennista. Andare a correre al parco con gli occhiali è, appunto, da secchioni. Mettersi le lenti a contatto per una corsetta di mezz’ora non vale la pena. Dunque ci si butta senza rete, sperando di distinguere la macchia colorata che corrisponde a un’auto dalla macchia colorata che cela un simpatico cagnetto. Il problema è che per effettuare l’osservazione partecipante di cui sopra, se sei miope, devi stringere gli occhi come per trasformarli in fessure e fissare impertinentemente qualsiasi oggetto in movimento che, se antropomorfo, ti scambierà per un pazzo o un maniaco. E allora abbandonate i pregiudizi verso chi vi squadra da capo a piedi con faccia sudata e sofferente: mettersi le lenti e togliersele dopo mezz’ora è uno sbattimento.
