Dopo il floppone preannunciato di “Congratulations” forse la Columbia dropperà gli MGMT, ma questo non vuole dire niente, anzi. Ai buoni artisti tocca in sorte il compito del cambiamento e rispetto a una band che come nome ha scelto “the management” è solo ovvio che la metamorfosi del nuovo album sia la prima di una lunga serie. Purtroppo, infatti, è possibile che i due o tre o quattro (ma due, in effetti) abbiano dei doveri precisi a cui adempiere e che non si tratti di doveri precisamente creativi.
Non è un caso che alcune delle band più interessanti degli ultimi anni siano tutti indie act pescati dalle major. Perchè? Semplice. È proprio nella spaccatura tra le due cose, nell’ibrido e nell’indeciso, che sembra giocarsi la sorte dell’indie stesso, un genere che non è un genere e può essere sottratto e prestato a completo piacimento dell’usurpatore di turno con più o meno resistenza.
Nel caso degli MGMT, resistenza c’è stata: la scelta di un mostro della psichedelia come Sonic Boom al banco di produzione, la citazione incoglibile ai più che spazia da Treacy a Eno a Burns, ovvio, sono palizzate e catapulte. Ma le cose sono molto cambiate dai tempi dei Rage Against the Machine che volevano “erodere il sistema dall’interno” e quel che resta oggi di quell’ottima intenzione è poco più di un gioco di specchi, o spettri.
