In “The Aviator” di Martin Scorsese c’è una sequenza che trovo assolutamente meravigliosa: e gnente (cit.), ci sono Katherine Hepburn-Cate Blanchett e Leo Di Caprio-Howard Hughes che si parlano in una stanza; lei gli dice che loro due devono stare molto attenti, che non possono avvicinare nessuno più di tanto a meno che non vogliano essere tramutati in stereotipi. Semplice, no? Ma quanta verità contiene questa banalissima frase. Cos’è, infatti uno stereotipo se non una forma di dominio? Nient’altro, perché è esattamente quello.
Quando qualcosa, per qualcuno, è troppo caotica, tanto da suscitare una reazione complessa che può includere sentimenti misti di affetto, invidia, amore o rabbia (o comunque sensazioni contrastanti), allora si sceglie una capsula comoda, un’ostia in cui racchiudere il fenomeno per poterlo finalmente maneggiare (senza cautela) e in ultima analisi distruggere. Proprio così. La morte delle cose complesse è la loro riduzione: ci sono unità che vivono, letteralmente, di incoerenza perché è quella la loro più piena manifestazione di esistenza.
Lo stereotipo è una forma di conformismo e conformazione, certo, ma è anche molto di più: è la prepotenza dell’interpretazione, la mutilazione della contraddizione.

